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26 gen 2015

Quattro righe di una storia

Ho letto tanto nella mia vita ma pochi fantasy, pochissimi. Di J.R.R. Tolkien quasi tutto, di George R.R. Martin non molto, l'ho scoperto solo di recente, e mi manca ancora qualcosa. Sono gli unici che in qualche modo sono riusciti a tenermi incollati al libro. Tutto quello che leggevo, anche di scrittori fantasy affermati come Terry Brooks, non mi piaceva nulla o non mi prendeva. Non mi capita mai di lasciare un libro a metà, ma mi è capitato solo leggendo un fantasy.
Ero alla ricerca di qualcosa, qualcosa che mancava.

Di fantasia ne ho sempre avuta, sin da quando da piccola facevo i capricci per avere la macchina da scrivere di papà. Scrivere mi divertiva, era un gioco, e facevo anche divertire con i miei racconti stravaganti.


Non è stato però sempre così, per gran parte del liceo ho odiato scrivere, ma non perché non mi piacesse più, ma perché improvvisamente, dopo anni, non piaceva più a nessuno, anzi...


Se in quel periodo la stima in me stessa non è mai stata così bassa, mai è scemato il piacere del leggere, anche quando avevo da studiare libri da centinaia di pagine per gli esami universitari. Di tanto in tanto scrivevo racconti intorno al mio personaggio di World of Warcraft, ma ogni qualvolta mi rileggevo, sentivo che mancava qualcosa. Come quando leggevo un libro fantasy e non riuscivo ad appassionarmi alla storia.

Il pozzo delle delusioni non si è mai svuotato. Ne ho raccolte tante, e per quanto mi sforzassi di attingere risultati e soddisfazioni, non facevo che portare a galla frustrazioni e rimpianti.
Quel pozzo è sempre stato colmo, forse non sono riuscita ancora a vuotarlo, ed è lì, che mi attende, a ogni passo che faccio. Ora però non mi spaventa più, ho capito che osare è rischioso ma gratificante. L'inerzia mi ha abbandonato perché ho imparato a ignorare le paure e le insicurezze, lasciandomi andare al piacere delle cose.
La vita è un universo, non riuscirai mai a scoprire quante stelle, quanti pianeti e quante galassie nasconde fino a che non prendi il telescopio e guardi. Tutto ciò che vedi nel cielo stellato non è altro che un lontano passato, ma cosa meglio del passato può aiutarti a capire come sarà il futuro? Tutto accade per una ragione, anche il più insignificante avvenimento è lì perché tu possa capire, cambiare, migliorare, crescere.


Io ora lo so e questo mi rende più forte.

"Il dono dell'Imperatore" è nato nel 2012. Era una domenica, fredda e piovosa, mi annoiavo, ero triste, arrabbiata e insoddisfatta. Accesi il computer e decisi di scrivere una storia che mi aiutasse a evadere dalla triste realtà.


Fu difficilissimo. Mi sembrava di non averlo mai fatto, non riuscivo a mettere una parola dietro l'altra, ero confusa, sgrammaticata, ma non mi arresi. In cinque ore scrissi appena due pagine, e non per la lentezza nel battere sulla tastiera, ma perché non riuscivo a mettere per iscritto quello che la mia fantasia, con prepotenza, mi presentava.

Così scrivevo tra una pausa e l'altra, tra un lavoro e l'altro, tra un gioco, un libro e l'altro, e il tempo passava. Cancellavo, ricominciavo, abbandonavo, modificavo, attendevo.


Poi ho scoperto D&D e la mia fantasia ha avuto un’iniezione di adrenalina. Le mani, i pensieri, le idee, dopo tanto esercizio, sono usciti da quel groviglio confuso in cui erano intrappolati e tutto improvvisamente è diventato più facile.
Così ho corretto "La lince del vespro" e la seconda parte (del quale non vi anticipo il titolo). Ho preso sicurezza, ma, soprattutto, mi sono appassionata. Sono tornata a girare con un quaderno e una penna nella borsa, a scrivere in treno, nella metropolitana e la sera prima di chiudere occhio, quando le idee sono sempre le migliori.

Ritornare a scrivere è stato come ritrovare una parte di me e, anche se non sono perfetta e sbaglio tanto, non credo che smetterò mai più. Non per fama, non sono un'illusa, né per vanto, non sono una narcisista, ma solo perché adoro perdermi in quel mondo che tenevo rinchiuso in me e cui finalmente sono riuscita a dare una vita.


Spero che in tanti possiate entrarne a far parte e conoscerlo.
"Il dono dell'Imperatore" era dentro di me, come un bambino nel grembo materno, e metterlo alla luce è stata una gioia così grande che solo una madre, che ha tra le braccia il proprio bambino, può comprendere.

Il labor limae mi ha tenuto attaccata allo schermo giorno e notte, anche quando gli occhi si arrossavano e supplicavano riposo. L'ho riletto almeno dieci volte e corretto anche la più piccola minuzia fino a conoscere ogni pagina a memoria. Volevo che fosse perfetto, nella forma e nei contenuti, non perché volevo diventare una scrittrice di successo, ma perché volevo e dovevo dimostrare a me stessa che il fantasy è qualcosa che può emozionare non solo stupire.


Si dice che chi scrive sia influenzato da ciò che ha letto. Io non credo di avvicinarmi nemmeno un po' al magnifico stile di Tolkien e di Martin, ma nel suo piccolo "Il dono dell'Imperatore" sa come emozionare e coinvolgere. Pagina dopo pagina ti trascina nella sua storia, t’ invita a conoscere meglio i personaggi e ad amarli, ad odiarli. All'inizio non era così, era senza un'anima, ma piano piano, in questi tre anni, è cresciuto per diventare il libro che io ho sempre desiderato leggere.


La mia non è una scrittura ricca di merletti, figure retoriche e virtuosismi lessicali, ma non è nemmeno povera e scialba. È essenziale, e tutto ciò che c'è, c'è per una ragione, non per dire a chi legge "guardate come sono brava!". Non è questo che mi aspetto di sentirmi dire. Il mio desiderio è che un giorno qualcuno, leggendo "Il dono dell'Imperatore", possa dirmi "l'ho letto tutto e non mi sono nemmeno per un attimo annoiato. Ne voglio ancora!".


È questo che mi è sempre mancato in un fantasy, la voglia e il desiderio di volerne ancora.

Solo un autore ha suscitato in me questo desiderio: Ken Follet, nel romanzo "I pilastri della terra". Ho pianto, ho riso, mi sono arrabbiata leggendo quel libro, e quando alla fine sono giunta all'ultima pagina ho provato tristezza. Chiudendo il libro, chiudevo un mondo, una finestra, e il pensiero di non potermici più affacciare mi lasciava insofferente.


Questo è per me un libro, un viaggio in un mondo lontano.


Per la prima volta nella mia vita quel mondo l'ho creato io e sono felice di trascorrere il mio tempo a organizzare questo viaggio. Per me è stato ed è bellissimo, spero di migliorare e d'imparare così che anche voi possiate immergervi, con il desiderio di non volerlo più lasciare.

Miriam B.




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