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6 lug 2016

Estratto: Un bacio rubato

Ho appena scoperto che oggi è la Giornata Mondiale del Bacio!
All'inizio ho pensato fosse solo una di quelle strane tendenze che escono su Twitter, ma indagando in rete ho scoperto che è una festa vera e propria, nata in Gran Bretagna nel 1990 "per ricordare quanto può significare e cambiare le nostre vite e le singole giornate un bacio. Un gesto semplice e anche veloce, ma tra i più fondamentali e universali che esistano al mondo".
Ho pensato quindi di condividere qui sul blog un estratto con un bacio descritto nel primo libro de "Il dono dell'Imperatore". Non sarà un bacio da favola, ma vi garantisco che i due protagonisti non l'hanno mai dimenticato. Anzi, "lui" prova ancora un certo rancore per quella sera... o almeno provava!

I nomi sono sostituiti da asterischi, quindi chi non ha ancora letto i libri o è indietro nella lettura non riceverà nessuno spoiler!
 




"...*** spinse sulla maniglia e con sua grande sorpresa la porta si aprì: la camera era avvolta dalla penombra e illuminata dal solo camino acceso. *** entrò e si avvicinò al letto sul quale era poggiata una logora sacca. Poggiò la candela sul tavolino vicino e rovistò al suo interno: vi trovò una penna, dell’inchiostro e una cintura larga e spessa contenente qualcosa. Per capire meglio di cosa si trattasse, slacciò il cordino che la teneva chiusa, ma prima che potesse srotolarla del tutto la porta cigolò e il suo sguardo fu attirato in quella direzione.
Una ragazza era sul ciglio, aveva una candela nella mano e un piatto con del formaggio e del pane nell’altra.
***, che ben conosceva le buone maniere, subito si scusò per l’intrusione. «Ho visto un’ombra e sono entrato incuriosito, non c’è mai nessuno ad abitare queste camere» disse mentre rilegava con il cordino la cintura.
*** si sforzò di rimanere fredda e nei panni di colei che impersonava. Non sapeva chi fosse quel ragazzo, le sembrava di averlo già visto, ma più lo guardava più capiva che era solo una sensazione. Il giovane era ben vestito, il volto curato e ben raso, non era certamente qualcuno della servitù, tantomeno una delle guardie. Quasi certamente era una persona abituata a vivere al castello.
In altre occasioni avrebbe agito diversamente, ma ora vestiva i panni di una ragazza del popolo, timida e impacciata. «Sono solo ospite in questo castello, non mi appartiene nulla ed è giusto che il re mandi qualcuno a controllare.»
«No no, non è così» rispose il giovane mentre infilava le mani in tasca. Era disdicevole farsi sorprendere in flagrante a frugare nelle cose di qualcun altro. «Ero solo qui di passaggio.» 
Di passaggio, all’interno di una camera... 
*** poggiò la candela e il piatto sul tavolino vicino al camino. Con la coda dell’occhio provò a capire cosa l’intruso aveva rinvenuto nella sua sacca. Si era allontanata di fretta sicura che nessuno sarebbe entrato. Aveva sbagliato.

Stupida, stupida ***!

«Ho visto che guardavate tra le mie cose, pensavo fosse un controllo…»
*** si avvicinò al piccolo tavolo sul quale *** aveva poggiato la sua cena e interrompendola si presentò.
«Sono ***. Mi scuso per tanta insolenza, ho peccato di curiosità.»
Ora i due ragazzi erano vicini, *** commise l’errore di alzare lo sguardo e per un attimo i loro occhi s’incrociarono. Li abbassò immediatamente come a ricordarsi chi era, s’inginocchiò e chiese scusa per come aveva osato parlare.
*** sorrise e le porse la mano per aiutarla a tornare in piedi, poi le chiese di presentarsi.
«Il mio nome è ***, arrivo dalla lontana Ridden. Ho condotto qui un oggetto che vostro padre ardentemente cercava. Dopo il mio lungo e difficile viaggio, ho riportato ferite e il mio corpo ne è uscito molto debilitato. Il re è stato molto gentile a offrirmi ospitalità.»
«Non avrei mai detto foste una ragazza del popolo. Non che le ragazze del popolo siano strane o brutte, ma i vostri modi, quello che avete con voi e la vostra bellezza mi hanno fatto pensare foste una nobile ospite.»
***, sapute le umili origini della ragazza, sembrò prendere coraggio. Era meno tirato e sul suo viso spuntò un luminoso sorriso. Non era un ragazzo difficile, per lui le donne erano donne, se qualcuna gli piaceva, era solito prenderla. Non faceva mai grande fatica, era affascinante, e soprattutto le popolane timide e impacciate cedevano rapidamente alle sue lusinghe.
*** guardò ancora una volta il letto e rispose secondo ciò che vide. «Questa sacca non appartiene a me, ma all’uomo che portava con sé l’oggetto che ho portato a vostro padre. Non giudicatemi male, non sono una ladra, l’ho rinvenuto e ho offerto un servizio al mio re» disse la ragazza mentre riponeva le cose nella sacca. Poi aggiunse: «Potete prenderla», e gliela porse.
*** però non sembrò interessato, ora i suoi pensieri erano concentrati su quella ragazza dai capelli sottili e dallo sguardo enigmatico e selvaggio. Si avvicinò, le tolse la sacca di mano poggiandola a terra, prese le mani della ragazza tra le sue e le baciò.
*** rimase di stucco, voleva reagire, ma sapeva di non poterlo fare, così si sforzò di apparire più timida e meno arrabbiata di quanto in realtà fosse. «Mio signore, così mi fate arrossire» disse mentre provava a far scivolare le sue mani da quelle di ***, ma il ragazzo le teneva ben salde tra le sue.
«Non dovete sentirvi a disagio, non sono diverso da voi» disse ***, e le baciò il palmo della mano.
*** si sentì come attraversata da un fulmine, deglutì, il disagio ora era reale. Non si era mai trovata in una situazione del genere, doveva trovare il modo di uscirne nel miglior modo possibile. *** le aveva insegnato tutto, ma non l’aveva preparata agli uomini e al loro modo di approcciarsi con le donne.
Per istinto indietreggiò, ma *** avanzò verso di lei, costringendola ad arretrare verso il letto.

«Ho una gran sete, vi dispiace se prendo una coppa di vino?» *** sapeva di non averne in camera, ma *** la lasciò avvicinarsi al tavolino dove c’era una brocca contenente solo acqua. «Oh, è finito!» esclamò *** fingendo un falso stupore.
*** conosceva bene i benefici del vino sull’umore delle donne, l’avrebbe aiutata a sciogliersi e probabilmente avrebbe ottenuto ciò che desiderava. Invitò la ragazza a consumare la sua cena, lui intanto sarebbe andato a procurarsi del vino.
Quando fu sola, *** tirò un profondo respiro, la fame era del tutto scomparsa, prese il piatto e lanciò il suo contenuto nel camino. Aveva poco tempo e doveva sfruttarlo per uscire da quell’imbarazzante situazione. Fece avanti e indietro per la stanza, poi guardò la sacca. Rapidamente la aprì, prese la cintura di cuoio e sfilò una piccola ampolla blu. Poi ripose nuovamente tutto. Non ebbe il tempo di nient’altro che *** fece il suo ritorno.
Questa volta bussò prima di entrare, chiese permesso, abbozzò un sorriso e versò il vino che si era procurato in due coppe.
*** si sforzò di sorridere quando il ragazzo le porse la coppa colma. Sorseggiò il vino lentamente, mentre *** tirò giù il suo tutto di un fiato. Poi poggiò il calice sul tavolino e si avvicinò nuovamente a lei. «Siete davvero una meravigliosa fanciulla, questo vestito vi sta d’incanto» disse mentre aveva lo sguardo fisso sulla scollatura. *** non era molto formosa, ma quell’abito metteva in risalto il seno. Non le faceva piacere, si sentiva a disagio.
*** si avvicinò e le tolse delicatamente la coppa di mano poggiandolo sul tavolino dietro di lui, poi le cinse la vita con un braccio, delicatamente. *** sentiva la sua mano calda attraverso la stoffa del vestito, le sue dita morbide stringerla sempre di più, fino a che il ragazzo non la tirò forte a sé.
A quel punto *** non poté fare a meno di incrociare il suo sguardo, si sentiva come pietrificata.
*** abbassò la testa all’altezza del suo collo e lo baciò, delicatamente.
*** sentì il suo cuore fare un tuffo e il suo volto e il suo petto avvampare. Era come se il suo corpo rispondesse a una forza esterna che la teneva lì bloccata, inerme.
*** continuò a baciarle il collo, fino a raggiungere le guance.
*** continuava a rimanere immobile, di sasso.
Il ragazzo capì di averla soggiogata, le baciò un angolo della bocca e infine le labbra.
*** chiuse istintivamente gli occhi e lasciò che la baciasse. Non era mai stata ubriaca, ma se era come le avevano raccontato, in quel frangente si sentì come una persona che aveva bevuto l'intera riserva di vino di un castello. Quelle sensazioni le erano del tutto sconosciute, la travolsero e la sconvolsero, ma quando *** si staccò da quel bacio e la adagiò sul letto, *** sembrò ritornare immediatamente in sé.
«Non qui!» esclamò d’istinto. Si sentiva affannata, confusa, come se le mancasse l’aria.
*** sorrise notando l’imbarazzo della ragazza. Le sue guance erano lievemente rosate, le labbra rosse. Sul volto pallido quel colore non fece altro che rafforzare la sua bellezza. La osservò come stregato. Erano mesi che non passava del tempo con una donna, non sapeva se era quello il motivo di tanta attrazione nei confronti di quella giovane oppure era la sua reale bellezza. Il suo sguardo non era sottomesso ma forte e ribelle. Era irresistibile.
«Potrebbe entrare qualcuno, la porta è sempre aperta» aggiunse ***.
«Ordinerò di non entrare» rispose *** mentre tornava all’attacco.
*** indietreggiò scivolando come un granchio sulle soffici coperte.
*** ne rimase divertito, aveva capito che era una preda difficile, ma le sfide lo entusiasmavano, rendevano tutto più eccitante. «E ditemi, cosa vi metterebbe a vostro agio?» le domandò, sornione.
Che tu sparissi!
«Sicuramente del vino…» balbettò, impacciata, ***, e aggiunse: «E due passi! Vorrei tanto prendere un po’ d’aria!»
*** lasciò la presa e le fece segno di precederlo. «Mi auguro non fuori, quando sono tornato nevicava.»...

Il dono dell'Imperatore. La lince del vespro.
Capitolo XIII. Gyselle


 
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